13 ottobre – San Benedetto Martire: il Santo che diede il nome e l’anima alla città di San Benedetto del Tronto

 Di Raffaele Merlini 



Il 13 ottobre è la data che più di ogni altra appartiene al cuore di San Benedetto del Tronto. È la festa del Martire che ci ha dato il nome e l’identità, il giovane soldato Benedetto, decapitato lungo il torrente Menocchia, presso la Civita di Cupra, durante le persecuzioni di Diocleziano e Massimiano tra il 303 e il 305 d.C.

Una tradizione antichissima, attestata già nel X secolo, quando nei documenti della diocesi di Fermo compare il toponimo Sancti Benedicti in Albula — segno inequivocabile di un culto consolidato e di una comunità che da quel Martire avrebbe preso il nome.

Per lunghissimi secoli, quella di San Benedetto Martire fu la festa principale della città. Soltanto in epoca moderna la devozione alla Madonna della Marina ne ha progressivamente preso il posto. Ma per i sambenedettesi di un tempo, questa era “la festa grande”, quella che ricordava le origini, la fede, la nascita stessa del borgo.

Dalla leggenda alla storia

La memoria del Martire si fonda su una lapide funeraria paleocristiana rinvenuta sotto il pavimento dell’antica pieve, oggi chiesa abbaziale di San Benedetto Martire. Il frammento epigrafico — conservato sul lato destro dell’ingresso — reca incisa la formula D·M· (“Dis Manibus”, agli Dei Mani), espressione di uso funerario romano poi adottata anche dai cristiani, seguita da parole che identificano Benedetto (di anni 28) e Fructa, sua congiunta o compagna di fede, accomunati nella sepoltura:

DEPOSITVS IN PACE … ANA IPSIUS ET FRVCTA REQVIESCANT IN PACE.

Gli studiosi concordano che si tratti di un frammento di lastra funeraria del IV secolo. L’epigrafe è lacunosa, ma le parole leggibili confermano la sepoltura comune e la precoce venerazione. 


Come scrive Giovanni Guidotti (Da San Benedetto in Albula a San Benedetto del Tronto, vol. II), «la lapide ricorda il martirio e l’età del Santo Benedetto (XXVIII anni) e la sepoltura condivisa con Fructa, forse sorella o compagna di fede».

Padre Vincenzo Maria Michettoni, primo studioso del testo, tradusse con toni più poetici:

“Qui è sepolto Benedetto, tale per nome e per meriti. Egli visse 28 anni. Deposto in pace il 13 ottobre, sotto i consoli Diocleziano e Massimiano. Qui è deposta Fructa, sua sorella germana, che visse 58 anni. Così sono uniti sotto lo stesso sepolcro.”

Una versione devozionale e ampliata, più vicina alla tradizione popolare che al testo effettivamente leggibile. 

Francesco Palestini, nel suo Studio sulle origini e sulla protostoria dell’odierna San Benedetto del Tronto, osserva che il Michettoni “aggiunse dati non contenuti nella pietra”, ma riconosce come plausibile l’ipotesi di una morte comune di Benedetto e Fructa, probabilmente durante le persecuzioni.

Lo studioso Americo Marconi, in tempi recenti, ha proposto una lettura teologica più raffinata: ANA IPSIUS non sarebbe un nome (Analpsius), bensì un’espressione simbolica — “di Colui che è risorto” — dunque un riferimento diretto a Cristo.

In questo caso, la formula completa sarebbe:

“Agli Dei Mani e alla memoria. Qui giace l’anima del Santo Benedetto, onorato per nome e memoria, di anni 28, deposto in pace. Nell’anno del Signore. Di colui che è risorto e Fructa riposano insieme nella pace.”

Un’espressione straordinariamente cristiana, che lega il riposo dei martiri alla risurrezione.

Sebbene la critica epigrafica non possa restituire con certezza l’intero testo, tutti gli autori concordano nel riconoscere alla lastra un valore storico e simbolico altissimo: la testimonianza più antica della presenza di una comunità cristiana nel territorio truentino e del culto di un martire di nome Benedetto.

La ricognizione del 14 novembre 1994

Nel novembre 1994, nella chiesa abbaziale del Paese Alto, si svolse la ricognizione ufficiale delle ossa del Santo, evento documentato fotograficamente. 

A presiederla fu mons. Giuseppe Chiaretti, vescovo diocesano, affiancato dal vicario generale mons. Simonetti, dall’abate-parroco don Romualdo Scarponi, dal canonico cerimoniere, da due medici e dallo scultore Marcello Sgattoni, incaricato di restaurare e predisporre la nuova urna.

Fu un momento di intensa partecipazione, dove la fede popolare si unì al rigore ecclesiastico: i presenti, chini sulle reliquie, sembravano avvertire la voce muta della storia.

La conferma scientifica del 2003

Grazie alla tenacia del dott. Giuseppe Romani, nel 2003 le reliquie vennero sottoposte a radiodatazione al carbonio 14 presso il Lecce Tandetron Laboratory dell’Università del Salento, diretto dal prof. Lucio Calcagnile.

Il 24 novembre 2003 il risultato confermò che l’osso analizzato risaliva a circa 1700 ± 55 anni fa: un periodo perfettamente compatibile con l’epoca delle persecuzioni di Diocleziano.

Come scrisse lo stesso Romani, «la radiodatazione non può raccontarci la fede, ma ne illumina la memoria».

Una coincidenza che restituiva credibilità storica a ciò che la devozione popolare aveva sempre custodito: che Benedetto fosse davvero un martire del IV secolo, sepolto insieme a Fructa nel territorio di Cupra.

La memoria e la festa

Dal decreto della Congregazione dei Riti del 1706, che sospese temporaneamente il culto del Santo per mancanza di fonti nel Martirologio Romano, alla successiva difesa di Francesco Catalani e alla sua vittoria — “Sanctus Benedictus Martyr, qui oppido nomen dedit…” — la devozione non si è mai interrotta.

Ogni epoca ha custodito il suo segno: la lapide, gli affreschi, le reliquie, la processione, e infine la scienza.

Oggi sappiamo, con la certezza della tradizione e la conferma della ricerca, che la città nata dal suo nome non è un’invenzione medievale, ma l’erede diretta di una memoria antichissima, quella di un martire cristiano del tempo di Diocleziano.

Nota sull’epigrafe di San Benedetto Martire

📷 FOTO 1 (sx) – Frammento originale della lapide, murato all’ingresso dell’Abbazia.





Ricostruzione grafica stilizzata dell’iscrizione, con lettere capitali e punti mediani tipici delle epigrafi romane.

Dall’antico sepolcro del Santo patrono furono raccolti i resti di San Benedetto e una lapide frammentaria.

La parte iniziale — dove doveva figurare il nome completo del Martire — è perduta, ma la formula D·M· NOANIMA·S·BENEDICTI conferma la dedica alla sua memoria.

Le letture proposte da Guidotti, Palestini, Michettoni e Marconi convergono sull’interpretazione che la lastra ricordasse due persone sepolte insieme: Benedetto e Fructa, legati da un rapporto di parentela o di fede.

La tesi più diffusa oggi — prudente ma condivisa — è che Benedetto e Fructa morirono insieme durante le persecuzioni, e furono deposti nello stesso sacello, come ricorda la tradizione: “sub uno velo iuncti sepulcro”.

Il nome ANA IPSIUS (talvolta letto erroneamente come Analpsius) potrebbe alludere, come spiega Marconi, “a colui che è risorto”, formula cristologica rara ma presente in contesti paleocristiani.

L’iscrizione completa potrebbe dunque significare:

Agli Dei Mani e alla memoria. Qui riposa l’anima del Santo Benedetto, onorato per nome e memoria, di anni ventotto, deposto in pace. Nell’anno del Signore. Di colui che è risorto e Fructa riposano insieme nella pace.”

Un testo che, sebbene mutilo, conserva intatto il suo messaggio di fede e di speranza.


Bibliografia e fonti

Romani, Giuseppe, San Benedetto il Martire e la sua città, Comune di San Benedetto del Tronto, 2004.

Catalani, Francesco, Ecclesia Firmana, Fermo, 1783.

Pompei, Pietro, “Sulle reliquie del Santo Martire Benedetto: la radiodatazione dà ragione alla tradizione”, L’Ancora Online, 12 ottobre 2017.

Guidotti, Giovanni, Da San Benedetto in Albula a San Benedetto del Tronto, vol. I-II, Tipografia Lalli, 1993.

Palestini, Francesco, Studi sulle origini e sulla protostoria dell’odierna San Benedetto del Tronto, Comune di SBT, 1986.

Archivio Storico Comunale di San Benedetto del Tronto, Verbale della ricognizione delle ossa del Martire, 14 novembre 1994.

Università del Salento (già di Lecce), Lecce Tandetron Laboratory, Relazione tecnica n. 203/03, 24 novembre 2003.

Museo del Mare – Quaderno “Vista Porto”, San Benedetto del Tronto, 2010.

Commenti