Di Gianluca Trionfi
Interventi ufficiali e tradizioni locali. Divenuto simbolo di una tradizione che i piceni del luogo hanno abbracciato e fatto propria, il cosiddetto “Bagno della Regina” è da sempre oggetto di appassionati e approfonditi studi da parte degli storici locali, divenendo quasi un mito nei racconti popolari . Il bagno della regina fu descritto per la prima volta nel 1783 dal canonico grottammarese Giuseppe Polidori:
“Alcune centinaia di passi lontano dal colle di San Martino dalla parte d’occidente in un piano, che si possiede in oggi da’ Signori Conti Fedeli della Ripa, vedesi un bagno, ossia Vivajo di forma perfettamente rotonda, lavorato a cassoni di breccia, calce e pozzolana, opera veramente meravigliosa. La sua rotonda in diametro è di palmi 52, la profondità poi di palmi 12 circa; la sua periferia al settentrione uguaglia il terreno, che dalla parte va insensibilmente elevandosi, e al mezzogiorno supera la circostante terra. In questa scorgersi nel fondo l’esito dell’acqua, e consiste in un canale di piombo di grandezza in diametro di mezzo palmo: l’ingresso poi questa l’aveva dalla parte opposta, cioè a settentrione, riconoscendosi lo scolo da un tartaro nericcio. Dee credersi, che l’acqua venisse da quei colli, e per canali ancor essi di piombo, dappoichè un bifolco ai nostri giorni ne cavò in tanta copia, che in una sola volta ne portò a vendere in Loreto più centinaia di libre28”.
Questa prima descrizione ci fornisce una serie di importanti informazioni circa le dimensioni e la profondità del bagno e l’origine delle acque che in essa confluivano, provenienti dal vicino colle detto “Granaro”: “dove ad una certa altezza, fronteggiava un delizioso bosco, da quale sgorgava una voluminosa sorgente d’acqua pura e limpida, che, scendendo per il declivio, si raccoglieva entro sentine e vaschette e ad un certo punto era incanalata entro un tubo di piombo dal notevole diametro di 12 cm29”. La presenza di questo tubo di piombo, oggi non più visibile, dappoichè un bifolco ai nostri giorni ne cavò in tanta copia, che in una sola volta ne portò a vendere in Loreto più centinaia di libre30, convinse il Polidori che tale struttura fosse collegata ad un impianto termale, simile alle grandiose vasche delle terme di Diocleziano e di Caracalla.
In una mappa del catasto Gregoriano degli inizi dell’800 viene riportata la zona della vasca circolare di epoca romana denominata “Antico Bagno” che possiamo identificare con il bagno della regina (tav. 2). In questo documento vengono tracciati le particelle catastali, il fosso San Biagio e la strada comunale Mezzina, l’odierna Val Tesino.
La struttura venne segnalata nella particella catastale n. 1531, accanto al fosso San Biagio.
Da una prima analisi del contesto l’Antico Bagno, allora come oggi, sembra essere una struttura isolata, priva di relazioni con altre strutture murarie. Poco lontano dall’imponente struttura, alcune centinaia di passi lontano dal colle di San Martino31 (circa 750 metri) si trova l’omonimo tempio eretto dai monaci benedettini. Al suo interno sono custodite gelosamente le prove di un antico passato, quali l’epigrafe dell’imperatore Adriano; il piede marmoreo incastonato sopra l’architrave della porta d’ingresso; una metopa raffigurante un elmo crestato con corna di ariete; una vasca battesimale posta al centro dell’edificio sacro; due blocchi marmorei utilizzati come balaustra, che testimoniano la presenza di un luogo sacro ben strutturato e organizzato; un luogo sacro di lunga durata.
Nell’area antistante la chiesa sono visibili dei ruderi riferibili all’epoca medievale interpretati, agli inizi del XIX secolo, come sacello del tempio della dea Cupra.
L’archeologo Gamurrini nel 1886 effettuò una prima serie di sondaggi intorno all’area dell’abbazia rinvenendo ulteriori strutture murarie riferibili all’epoca del restauro adrianeo. Mise poi in relazione l’area archeologica di San Martino con il bagno della regina interpretando tutto il complesso archeologico come “un grande impianto termale” legato al santuario della dea Cupra. La tesi fu accettata pochi anni dopo da Giuseppe Speranza, un altro studioso che si occupò delle “anticaglie di Grottammare”.
Nella sua opera “Il Piceno dalle origini alla fine di ogni autonomia”, pubblicata nel 1898, egli spiega la funzione che doveva avere il bagno della regina: “la vasca doveva certamente servire ai bagni, che gli antichi costumavano sempre stabilire presso i templi più famosi”.
A confermare la presenza di un forte legame tra il Bagno della Regina e il tempio di San Martino è stato il ritrovamento, agli inizi del ‘900, di una vasca da immersione all’interno dell’edificio sacro, del tutto inusuale ;
al momento della sua scoperta, la vasca si presentava più profonda, con i gradoni per scendere e una balaustra circolare intorno. Nel 1910 il sig. Anselmo Petrelli, l’agricoltore che lavorava il terreno intorno alla chiesa di San Martino, avvertì l’allora soprintendente delle Marche e degli Abruzzi, Innocenzo Dall’Osso, dell’esistenza di un cunicolo sotterraneo che dal tempio di San Martino arrivava sino al bagno della regina.
Il 4 giugno dello stesso anno il Dall’Osso inviò una lettera alla Direzione Generale Antichità e Belle Arti confermando la presenza di questo cunicolo, da egli stesso visionato. Fonti risalenti allo stesso periodo, tramandate oralmente, riferiscono che a circa 10- 15 m. verso sud-est dalla vasca, c’era l’imbocco (formato da un arco a mattoni) del cunicolo che collegava la vasca della Regina alla chiesa di San Martino. Poco dopo, sotto la spinta di Alceo Speranza, promotore degli scavi delle necropoli dei Cuprenses, il Dall’Osso condusse una serie di scavi allargando la sua area di indagine alle contrade intorno a Grottammare che in quegli anni stavano restituendo un copioso numero di reperti archeologici riferibili all’età picena. Aiutato dall’architetto Arnolfo Bizzarri e dall’assistente Ignazio Messina della soprintendenza di Ancona, Dall’Osso iniziò i lavori di scavo nelle contrade di San Paterniano- Monte delle Quaglie nelle proprietà Husson, Santori e Lauteri a Grottammare, Sant’Andrea- San Silvestro- Castelletta nelle proprietà Bruti, Marchetti, Marconi e Palmaroli a Cupra Marittima. I risultati raggiunti dalle operazioni di scavo furono sorprendenti: venne rinvenuto un totale di 178 tombe (75 provenienti dalla contrada di San Paterniano). Venne restituito alla storia uno dei più importanti centri piceni, quello dei Cuprenses.
Egli stesso ne diede comunicazione al Ministero descrivendo la nuova situazione: “ Le colline intorno a Grottammare sono il centro dell’abitato dei Cuprenses come si rileva anche dall’esistenza presso l’antica chiesa di San Martino dell’antico tempio della dea Cupra... Come hanno dimostrato gli scavi, l’antico abitato cuprense prima della fondazione della città romana (Cuprae Urbs) era suddiviso in parecchi vici, impiantati sulla cima dei colli. Parte di questi villaggi colle relative necropoli vennero già esplorati con diverse campagne di scavo, specialmente nella zona montuosa fra Grottammare e Cupra Marittima”. Tra le 75 tombe scavate nella necropoli di San Paterniano (area Husson), si rinvennero due importanti sepolture, una femminile, la n. 46, e una maschile, la n. 37. Esse, per la ricchezza e per la singolarità dei reperti rinvenuti, furono chiamate rispettivamente “la Regina di Cupra e il Principe Guerriero”. Nel 1912 il Dall’Osso concluse i suoi lavori di scavo a San Martino:“ visitando per la prima volta alcuni ruderi di antiche muraglie, che affioravano presso la chiesa di San Martino a Grottammare, mi indussi ad eseguire un saggio di scavo coll’intento di accertare a quale edificio appartenessero. Dopo breve lavoro non tardai a riconoscere in essi la costruzione del sacello della Dea Cupra, menzionato da Strabone, come esistente fra la città di Cupra Marittima ed il navale Fermano, la cui ubicazione presso San Martino veniva pure attestata dalla famosa lapide epigrafica, conservata ab antico in detta chiesa, la quale ricorda la restaurazione del tempio dedicato alla Dea Cupra, avvenuta a cura e spese dell’imperatore Adriano (templum deae Cuprae restituit)”. Dopo queste ultime scoperte non si poté negare il collegamento tra il bagno della regina, il tempio della dea Cupra a San Martino e il relativo culto idrico collegato alla dea. Il bagno della regina non era una vasca termale come affermavano il Polidori e il Gamurrini ma una “piscina epuratoria”, che serviva a provvedere l’acqua necessaria ai bisogni del tempio come aveva supposto lo Speranza.
Negli anni del dopoguerra l’area archeologica di Grottammare visse un periodo di abbandono rilevato dalla stampa locale dell’epoca: “da tempo, infatti, studiosi e turisti deprecavano il pietoso stato in cui si trova la zona antistante il famoso tempio di San Martino e relativi ruderi del tempio della dea Cupra a cui si accede da un brutto viottolo circondato da pollai e da sterpi...”. Con una lettera datata 16.3.1956 Don Attilio Capocasa, allora parroco della chiesa di San Martino, incitava il soprintendente a provvedere ad una sistemazione adeguata dell’area antistante la chiesa di San Martino e a poter sistemare anche il Bagno della Regina40.
Con un decreto ministeriale del 22.9.1952 il bagno della regina, che cade nella proprietà della famiglia Palmaroli, venne vincolato definitivamente dalla soprintendenza archeologica delle Marche insieme ai terreni circostanti, di proprietà della famiglia Di Ruscio. Nel 1977 il canonico Bernardo Faustino Mostardi, con l’opera “Cupra”, sostenne che le evidenze archeologiche portate alla luce a Grottammare non erano sufficientemente valide a sostenere l’esistenza del santuario emporico della dea Cupra a San Martino. In merito al bagno della Regina, dichiarò: “ tutto lascia suppore che fossero vasche campestri per l’irrigazione dei campi, per l’abbeverata degli animali, per il lavaggio della lana e, chissà, forse inizialmente, anche per la tintura delle stoffe nella quale erano esperti i Liburni.
Alla teoria del Mostardi si appoggiarono successivamente molti studiosi come L. Mercando, L. Brecciaroli Taborelli, G. Paci, Beranger e G. Ciarrocchi, difensori della teoria che il tempio fosse collocato nella Civita di Cupra Marittima.
Unitamente affermarono che il Bagno della Regina era destinato con molta probabilità, a conserva d’acqua per l’irrigazione. Sul finire degli anni ’80 il bagno della regina tornò ad essere protagonista della memoria dei locali: “ nella valle del Tesino si scorgono ancora i resti della vasca regale della dea Cupra, la cui origine risale a molti secoli prima di Cristo. La leggenda vuole che, venendo al tempio di Cupra, vi si bagnasse la Regina di tutte le Regine pagane del circondario;
fra sussurri, sorrisi leggiadri di cortigiane, schiave, la dea Cupra, signora suprema, guizza nell’acqua aromatica con solenni e brevi e rilassanti nuotate. Dopo il bagno voluttuoso si sottoponeva a cure estetiche delle più brave cortigiane”.
Nella “Guida Archeologica Laterza”, edita nel 1980, il Gagiotti descrive così il bagno della regina: “a circa 800 metri ad ovest dalla chiesa di San Martino è un bacino circolare scoperto, di metri 15 di diametro, profondo m. 3,50, costituito in opera cementizia destinato a conserva d’acqua per l’irrigazione”. In seguito agli scavi archeologici eseguiti nella vicina Cupra Marittima, l’area archeologica di San Martino e del bagno della regina subì l’ennesimo abbandono. In un articolo del ’91 dal titolo : “ Grottammare rischia di perdere definitivamente il titolo di sede primaria del culto della dea Cupra ”, Vincenzo Galiè cercò, attraverso uno studio di fonti documentarie, storiografiche e topografiche, di ricollocare a San Martino il santuario della dea Cupra. L’anno seguente pubblicò i risultati ottenuti nel volume “Grottammare e il culto della dea Cupra” che affronta il problema del bagno della regina: “ a mio avviso bene ha visto il Gamurrini che ha attribuito tali resti a terme; qui infatti dovevano essere, oltre a quelli del “Bagno della Regina” altri locali adiacenti al tempio dove i fedeli facevano le abluzioni sacre che attestano un forte culto idrico”.
Nel 2008 è stata svolta un’importante assistenza archeologica seguita dalla ditta ABC di Mara Miritello, nell’ambito di un progetto di edificabilità dell’area del bagno della regina nelle proprietà delle famiglie Di Ruscio e Palmaroli. Sono state effettuate otto trincee con orientamento NE/SW con una larghezza di m. 1.60 e diversa lunghezza da m. 39 a m. 60; (trincee A, B, C, D, E, F, G, H); in nessuna di esse si rinvenne materiale archeologico, solo per le G e H è emersa una concentrazione di frammenti fittili, reperti litici, resti di pasto, conchiglie e ossa animali. I frammenti di ceramica recuperati ad impasto sono riconducibili, in base ad alcune forme, ad un orizzonte protostorico. Quest’ultimo dato, altresì importante, ci attesta la frequentazione del sito del bagno della regina già a partire da epoche molto antiche .






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