Di Danila Monteleone
Nella civiltà dell’antico Egitto il mondo animale non era separato da quello umano o divino. Uomini, animali e dèi partecipavano di un unico ordine cosmico regolato dalla Maat, il principio di armonia e giustizia che garantiva la stabilità dell’universo. In questo sistema simbolico gli animali non erano semplici risorse naturali, ma manifestazioni viventi di forze divine.
Tra tutti gli animali, uno occupò un posto del tutto speciale: il gatto, capace di incarnare insieme il divino e il quotidiano, l’utile e il sacro.
I gatti (Felis catus), chiamati Mau dagli Egizi, discendono dal gatto selvatico africano (Felis lybica). La loro domesticazione ebbe inizio circa 10.000 anni fa nella Mezzaluna Fertile, ma in Egitto avvenne in modo lento e spontaneo. Attratti dai roditori che infestavano i granai, i gatti si avvicinarono agli insediamenti umani e, grazie alla loro abilità nel cacciare topi, insetti e persino serpenti velenosi come i cobra, divennero preziosi alleati. Da presenze tollerate si trasformarono gradualmente in protettori della casa e compagni dell’uomo.
Tra il Periodo Predinastico e il Medio Regno il gatto venne progressivamente addomesticato; solo nel Nuovo Regno, tuttavia, esso divenne a tutti gli effetti un animale da compagnia. L’arte egizia riflette bene questo cambiamento: i gatti compaiono spesso sotto le sedie delle donne, in associazione simbolica con fertilità e sensualità. Durante la XVIII dinastia, la regina Tiy e la principessa Sitamon sono raffigurate con una gatta; sul trono di Sitamon, rinvenuto nella tomba dei nonni Yuya e Tuia (KV46), una gatta siede sotto lo scranno regale. Il gatto è ormai parte dell’intimità domestica e affettiva.
Nel pensiero egizio esisteva un forte legame simbolico tra gatti e leoni. Il leone, raro ma potentissimo nell’immaginario, rappresentava la regalità e la forza sovrana; il gatto, suo “parente minore”, ne conservava l’energia in forma controllata. Non a caso, le prime divinità feline hanno tratti leonini. Mafdet, attestata già intorno al 3100 a.C., era dea della giustizia e della punizione; Sekhmet, leonessa terribile, incarnava la guerra e le epidemie.
Anche Bast (in seguito nominata Bastet) fu inizialmente una dea leonina e guerriera. A partire soprattutto dalla XXII dinastia la sua immagine cambiò: Bastet divenne una dea-gatta, protettrice della casa, della maternità, della fertilità, della musica e della gioia. Il gatto, animale affettuoso ma pronto a difendere il proprio territorio, divenne il simbolo perfetto di questa divinità benevola, spesso raffigurata con i suoi cuccioli.
Accanto alla Bastet domestica esiste però una figura più arcaica e potente: il Grande Gatto di Eliopoli. Nei testi religiosi, in particolare nel capitolo 17 del Libro dei Morti, il gatto maschio è una manifestazione del dio Sole Ra. Durante la notte il Grande Gatto protegge il sole dagli attacchi del serpente Apopi, incarnazione del caos primordiale, schiacciandogli la testa e trafiggendolo con un coltello, accanto all’albero ished, simbolo della vita eterna e della conoscenza. Qui il gatto diventa difensore dell’ordine cosmico, giudice e vendicatore divino.
Per tutta la storia egizia il gatto maschio fu chiamato miu (o miu-mi) e la femmina miut (o miut-mit), nomi chiaramente onomatopeici. Nel Nuovo Regno, però, questa denominazione ricevette una reinterpretazione teologica: una glossa al capitolo 17 del Libro dei Morti spiega che Ra fu chiamato miu perché non esiste nessuno simile (miwy) a lui. Il nome del gatto divenne così una definizione della unicità solare, trasformando il felino in una vera e propria parola sacra.
A partire dal IV secolo a.C., sotto i sovrani tolemaici, il culto si estese dall’animale singolo all’intera specie. In tutto l’Egitto sorsero vaste necropoli di gatti. Gli animali sacri venivano allevati nei pressi dei templi per rispondere alla richiesta dei pellegrini. I pellegrinaggi erano eventi di massa: Erodoto parla di 700.000 fedeli a Bubasti durante la festa di Bastet. I devoti acquistavano un gatto che veniva ucciso ritualmente, mummificato e sepolto come offerta votiva. Le analisi moderne mostrano che molti gatti erano molto giovani e morivano per torsione del collo.
Così, nell’Egitto faraonico, il gatto non fu mai soltanto un animale: fu custode della casa, simbolo di gioia e maternità, guerriero solare e difensore dell’ordine del mondo, sospeso tra la quotidianità più intima e le più alte sfere del sacro. Un piccolo predatore che, più di ogni altro, seppe incarnare l’equilibrio perfetto tra terra e cielo.
(archeologa Danila Monteleone)
Credits foto dell'articolo :
- Grande gatto di Eliopoli ( con serpente )
- Stele con gatto sotto il trono, XVIII Dinastia, Firenze.







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