Trincee, oggetti e paesaggi: l’archeologia della Prima guerra mondiale

 Di Danila Monteleone



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Quando si parla di archeologia, l’immaginario comune corre subito all’antichità: templi, tombe,

città sepolte dal tempo. Eppure anche il Novecento, con le sue tragedie e profonde trasformazioni, è

ormai entrato a pieno titolo nel campo di indagine archeologica. In questo quadro, l’archeologia

della Grande Guerra rappresenta uno degli ambiti più affascinanti e, al tempo stesso, meno

conosciuti in Italia. 

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La Prima guerra mondiale (1914–1918) ha segnato in modo indelebile l’identità collettiva

dell’Occidente, lasciando tracce profonde non solo sul piano morale e politico, ma anche su quello

materiale. Trincee, gallerie, fortificazioni, postazioni di artiglieria, baraccamenti e cimiteri di guerra

costituiscono un patrimonio vastissimo, spesso ancora leggibile sul terreno, in particolare nelle aree

montane e lungo le linee del fronte. 


L’archeologia della Grande Guerra non nasce per “scoprire” ciò che è ignoto: le fonti scritte,

fotografiche e memorialistiche sono numerose. Il suo obiettivo è piuttosto quello di integrare e

verificare queste testimonianze attraverso l’analisi diretta delle tracce materiali. È proprio nel

confronto tra documenti e terreno che emergono aspetti della vita quotidiana dei soldati, delle

strategie difensive e delle condizioni ambientali e logistiche che difficilmente trovano spazio nei

resoconti ufficiali.

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Questo ambito di ricerca rientra nel più ampio campo dell’archeologia dei conflitti, che studia le

testimonianze materiali delle guerre in epoca storica e contemporanea. Nel caso della Grande

Guerra, l’attenzione non si concentra solo sulle grandi strutture militari, ma anche sugli oggetti

d’uso quotidiano: gavette, borracce, bottoni, munizioni, resti di equipaggiamento e utensili

improvvisati. Sono materiali apparentemente minori, ma capaci di raccontare una storia “dal basso”,

fatta di adattamento, ingegno e sopravvivenza. In trincea, ogni oggetto poteva essere riutilizzato o

trasformato, restituendo una dimensione profondamente umana del conflitto, spesso assente nella

narrazione politica e militare.

Un ruolo centrale è svolto dallo studio del paesaggio. Le linee di trincea, ancora visibili come solchi

nel terreno o terrazzamenti nei boschi, hanno modificato in modo duraturo intere regioni. In

montagna, gallerie e camminamenti scavati nella roccia testimoniano uno sforzo tecnico enorme,

compiuto in condizioni ambientali estreme. Il paesaggio diventa così un vero e proprio documento

storico: leggere una cresta montuosa o un altopiano significa ricostruire le logiche di occupazione,

difesa e controllo del territorio, in un dialogo costante tra archeologia, geografia storica e studi

ambientali.

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In Italia, l’archeologia della Grande Guerra si concentra soprattutto sull’arco alpino e prealpino —

Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia — dove il fronte italo-austriaco ha lasciato

migliaia di strutture, spesso collocate in ambienti oggi protetti o difficilmente accessibili.

Nonostante ciò, questo patrimonio risulta estremamente fragile. L’erosione naturale, la crescita

della vegetazione, il turismo non regolamentato e il recupero indiscriminato di reperti mettono

seriamente a rischio la conservazione dei siti. A questo si aggiunge una diffusa sottovalutazione

culturale: molti resti, perché “recenti”, vengono percepiti come meno degni di tutela rispetto a quelli

di epoche più remote.

Studiare archeologicamente la Grande Guerra significa anche confrontarsi con un passato ancora

vicino, carico di memoria e dolore. Molti siti sono, a tutti gli effetti, luoghi di morte. Ne derivano

importanti questioni etiche: come scavare, cosa conservare, come raccontare questi luoghi senza

spettacolarizzare il conflitto. L’obiettivo non è glorificare la guerra, ma comprenderla nella sua

realtà materiale e umana, contribuendo a una memoria più consapevole e meno retorica.

Nonostante l’enorme patrimonio lasciato dalla Prima guerra mondiale, in Italia manca ancora una

vera e diffusa cultura archeologica professionale applicata a questo ambito. Le indagini

sistematiche, condotte con metodi scientifici e coordinate da archeologi formati, sono ancora

relativamente poche e spesso limitate a progetti locali o universitari. In molti casi, lo studio e il

recupero dei materiali sono portati avanti da appassionati o associazioni che, pur animati da sincero

interesse storico, si improvvisano talvolta “detective della storia”. Particolarmente problematico è

l’uso non regolamentato del metal detector, impiegato senza competenze specifiche e senza

autorizzazioni, con rischi concreti sia per la sicurezza personale — a causa di ordigni inesplosi e

munizioni attive — sia per l’integrità scientifica dei contesti.

La rimozione di oggetti senza documentazione stratigrafica priva infatti i reperti del loro valore

storico principale: il contesto. Un bossolo, una gavetta o un frammento di equipaggiamento, se

isolati dal luogo e dalla posizione di rinvenimento, diventano semplici curiosità, incapaci di

raccontare pratiche, movimenti e condizioni di vita dei soldati.

L’archeologia della Grande Guerra non parla solo del passato, ma interroga direttamente il presente.

Promuovere una cultura archeologica professionale significa tutelare siti e materiali e, allo stesso

tempo, costruire una memoria più matura del conflitto. In questo senso, l’archeologia può dialogare

con le comunità locali, con gli escursionisti e con le associazioni, trasformando l’interesse diffuso in

una risorsa, purché all’interno di un quadro metodologico ed etico condiviso.

Riconoscere la Grande Guerra come oggetto legittimo di ricerca archeologica significa accettare che

anche il Novecento è ormai passato. Le sue tracce materiali, se studiate con rigore, permettono di

comprendere non solo la guerra in sé, ma il rapporto profondo tra uomo, tecnologia e ambiente. È

qui che l’archeologia della Grande Guerra si rivela, oggi, una sfida e un’opportunità per la ricerca

italiana: una disciplina capace di dare voce a una storia umana complessa, concreta e ancora

profondamente attuale.

                                                                                                ( Archeologa Danila Monteleone )


Foto:

1 Scavo delle Trincee sul fronte Italiano

2 arsenale ritrovato in trentino

3 elmetto italiano Mod. Adrian
 
4 Cannone italiano sull'Adamello denominato "L'ippopotamo" per la sua mole (si tratta del pezzo d'artiglieria posto più in alto di tutto il conflitto).

Seguono foto , riconoscimenti e cartolina, cimeli della Grande Guerra, da collezioni private di Grottammare, per gentile concessione   .

























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