Di Raffaele Merlini
Di Raffaele Merlini proponiamo un servizio legatad un drammatico episodio di cronaca a Zona Ascolani, nel XIX secolo. Dalle proprietà terriere che aveva all'epoca la famiglia Ascolani, la zona a sud di Grottammare trae il nome... Da tempo proponiamo un cambio nome, visto il motivo a cui si deve. Nell'articolo dello storico sambenedettese Raffaele Merlini viene narrato ciò che accadde.
"Esecuzione n. 284. Antonio Ascolani, reo di omicidio nella persona dello zio, decapitato in S. Benedetto, diocesi di Fermo, li 23 ottobre 1830".
Mastro Titta, il boia dello Stato Pontificio
Gianbattista Bugatti era conosciuto nel rione Borgo di Roma come un modesto artigiano.
Aveva una bottega in vicolo del Campanile n. 4, dove riparava e pitturava ombrelli; sopra, la sua abitazione. Ma non fu questo mestiere a renderlo noto alla storia.
Bugatti fu per quasi settant’anni il boia dello Stato Pontificio. Al servizio diretto del papa, svolse un incarico pubblico con una continuità e una disciplina che oggi definiremmo istituzionali. Il suo soprannome era Mastro Titta, “er boja de Roma”, il carnefice dei papi.
Entrò in servizio nel 1796 e lo lasciò nel 1864. Un’enciclopedia del 1887 lo descrive con impressionante sintesi:
«Dal 1796, anno in cui entrò in servizio, sino al 1864, eseguì 514 giustizie. Servì anche la Repubblica e l’Impero ai tempi dell’invasione francese».
Attraversò regimi diversi, dalla Repubblica Romana all’Impero napoleonico, fino alla Restaurazione pontificia, adattandosi sempre al potere costituito. Fu un vero funzionario dello Stato: stipendio di 15 scudi mensili, alloggio garantito, un sussidio poi convertito in gratifiche periodiche a Natale, Pasqua e Ferragosto.
Lontano dallo stereotipo del boia sadico e folle, Mastro Titta era uomo meticoloso, quasi ossessivo. Annotò tutta la sua attività in un piccolo taccuino tascabile rilegato in pergamena: nomi dei condannati, reati, modalità di esecuzione, spese di viaggio, vitto e alloggio. Le differenze di inchiostro mostrano che le annotazioni furono scritte di volta in volta, sul momento.
Era inoltre un cattolico osservante. Si confessava e comunicava regolarmente prima di ogni esecuzione. Le fonti riportano che, negli ultimi anni della sua attività, fosse lo stesso papa Pio IX, senigalliese come lui, a confessarlo e a dargli la comunione.
Fu il penultimo boia dello Stato Pontificio. Gli succedette Vincenzo Balducci, al quale sono attribuite soltanto undici esecuzioni, a fronte delle oltre cinquecento compiute da Bugatti.
Nei suoi appunti Mastro Titta descrive senza reticenze le modalità delle pene: mazzolatura, squartamento (praticato solo dopo la decapitazione), impiccagione, decapitazione.
Preferiva quest’ultima, soprattutto mediante ghigliottina, introdotta nel periodo del dominio francese (1801–1813), che giudicava una morte “pulita”. Con il ritorno del potere pontificio si tornò alla forca, e a margine delle note Bugatti segnò il numero 56: le teste mozzate in quel periodo.
Detestava le trasferte in provincia. Fuori Roma, scriveva, i patiboli erano improvvisati, le scale inadatte, le asce poco affilate, le mazzole troppo piccole. Tutto ciò lo infastidiva profondamente.
L’esecuzione di Antonio Ascolani a San Benedetto del Tronto (23 ottobre 1830)
L’arrivo di Mastro Titta a San Benedetto del Tronto rappresentò un evento eccezionale per la comunità locale. Il borgo, pur in crescita economica e demografica, era ancora privo di carceri e di strutture giudiziarie autonome; per questo, quando si decideva di eseguire una condanna capitale in loco, l’impatto sull’opinione pubblica era enorme.
Secondo una consolidata memoria cittadina, Mastro Titta alloggiò presso la locanda di Pulcini, situata nelle immediate vicinanze della Piazza d’Armi, lo stesso edificio che quasi vent’anni più tardi avrebbe ospitato Giuseppe Garibaldi e il suo seguito durante una delle sue soste in città.( In realtà Garibaldi dormi nel castello dai Neroni e nella locanda vennero ricoverati solo i cavalli del drappello guardati a vista dalla guardia del corpo di Garibaldi, il moro Agujar e della sua mascotte così chiamato Guerillo, il fido cane a tre zampe)
L’informazione, pur coerente con la logistica dell’epoca e con l’ubicazione delle locande lungo l’asse del Viale dell’Ancoraggio, non è al momento supportata da un documento notarile o contabile noto.
Il luogo dell’esecuzione fu la Piazza detta delle Armi, grande spianata lungo il Viale dell’Ancoraggio, asse viario che collegava il Castello alla Marina. All’epoca lo spazio era completamente aperto: nessuna fontana, nessun monumento, e soprattutto il mare visibile in fondo alla strada, senza quinte urbane o torri a interrompere la vista.
Il delitto che portò alla condanna risaliva al 21 marzo 1829. Quella sera, alle ore 22, i fratelli Ascolani uccisero sulla spiaggia lo zio Luigi Ascolani, colpendolo con accetta e roncola al volto, al collo, alla testa e alle mani. Due dei circa venti colpi furono mortali. Testimoni involontari furono tre ragazzi: Pietro De Angelis e Pietro Filaschetti, di dieci anni, e Giovanni Bruni, di tredici.
Il maggiore dei fratelli, Antonio Ascolani, fu condannato a morte; Giuseppe, minorenne, all’ergastolo. Sul manifesto affisso compariva la formula rituale:
«Che il condannato Antonio Ascolani, alle ore dieci antimeridiane del giorno sabato 23 del corrente, sia tradotto al luogo del supplizio destinato nella Piazza cosiddetta delle Armi nel Comune di S. Benedetto, per ivi subire col taglio della testa la pena contro il medesimo decretata».
Antonio era detenuto a Grottammare, poiché San Benedetto non disponeva ancora di carceri. Le prigioni locali sarebbero state realizzate solo successivamente, prima sotto il Teatro dell’Arancio e poi in via San Pio V.
Mastro Titta era rientrato in servizio da meno di un mese. A fine settembre aveva eseguito a Roma, presso il ponte dirimpetto Castel Sant’Angelo, le condanne n. 282 e 283. Quella sambenedettese fu la numero 284.
La piazza, inizialmente poco affolamente con l’arrivo del carro sul selciato. Il condannato giunse in piedi, accognato dai frati con il Crocifisso, preceduti dalla Confraternita della Morte, incappucciata, che intonava il Miserere.
Il carro si fermò al centro della piazza, dove era stato allito il patibolo ligneo. La folla si addensò rapidamente, contenuta dai soldati pontifici. Antonio Ascolani, bendato, fu fatto scendere e accompagnato sulle scale del palco.
Le cronache lo descrivono così:
«Scalzo; le mani legate; il collo della camicia tagliato fin quasi alle spalle. Giovane uomo di circa ventitré anni, di robusta costituzione e ben proporzionato. Pallido il viso».
Sul patibolo, un religioso gli fece baciare la croce. Mastro Titta, avvolto nel mantello scarlatto, svolse il suo compito con la consueta freddezza professionale. Talvolta offriva ai condannati un sorso di vino o una presa di tabacco; Antonio si inginocchiò senza opporre resistenza.
L’ascia calò rapida, con precisione assoluta.
Nel taccuino di Bugatti la nota è asciutta, definitiva:
«Esecuzione n. 284. Antonio Ascolani, reo di omicidio nella persona dello zio, decapitato in S. Benedetto, diocesi di Fermo, li 23 ottobre 1830.»
CURIOSITA' :
Da una testimonianza orale di Pietro Merlini, si conferma quanto affermato :
"Ho sentito dire in famiglia quando ero piccolo, che la mia bisnonna Cosignani Felice, sorella del generale Francesco Cosignani,ultimo podestà di San Benedetto, nata 27.12.1848 ha assistito a più esecuzioni in piazza oggi Piazza Matteotti e diceva che il boia veniva da Roma e alloggiava in una casa di fronte alla nostra. Noi abitavamo in viale S.Moretti e la casa del boia, così la chiamavano, era di fronte alla nostra, una casa bassa ad un piano, dove negli anni 50/60 c'era la lavanderia della famiglia Merlini".
( Raffaele Merlini)





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